La Pupazza si racconta

Distingui i muri possibili da quelli impossibili

la Pupazza a Berlino

Nel 2010 la polizia di Berlino mi arrestò. Solo per una notte, anzi per poche ore, quanto bastava per provare il brivido della manetta e dello scomodo lettino di legno. Quella notte di gennaio ero in giro con un amico, si chiamava Brad, 30 anni, americano. Ci eravamo conosciuti per strada, camminavo e sorseggiavo un cappuccino quando lui mi fermò. “Sai dov’e’ l’Hotel Berlin” mi chiese guardando il fondo della strada. Risposi che non lo sapevo, non ero tedesca. “Si, l’avevo capito dai tuoi colori scuri che non sei tedesca, ma mi sembrava che fossi della città”. Chissà perché in qualsiasi posto io abbia vissuto mi hanno sempre fermata per chiedermi informazioni. Giacché glielo chiesi, “da cosa lo deduci?”, mi guardò dalla testa ai piedi, “non lo so, hai lo sguardo svagato, ma allo stesso tempo cammini sicura di te, come se tu conoscessi bene queste strade”.

la Pupazza a Berlino

Brad, amante della natura e delle arrampicate in montagna, con il suo zainetto da alpinista mi sembrò subito fuori posto nel grigio di Berlino, era come se fosse sbarcato lì per sbaglio. “Sono del Colorado” mi disse con evidente orgoglio, “anche io” risposi ridendo, “coloro sempre”. Ricordo la sua risata e il suo interesse nel vedere i miei quadri. Dopo un mese io e Brad eravamo così amici che veniva con me a dipingere, di notte e di giorno. Io dipingevo, lui mi faceva mille fotografie. Ma quella notte qualcosa andò storto. “Dipingi lì” mi disse indicando un muro piastrellato della metropolitana, mi sembrò subito un ottimo posto, visibile, centrale. Già, davvero centrale che era pieno zeppo di telecamere.

L’occhio nero era già fuoriuscito dalla mia bomboletta, stavo ultimando le lunga ciglia quando un urlo mi fece sobbalzare. Era la polizia che ci ordinò di fermarci. Brad mi prese per il braccio e mi trascinò a sé, “Scappiamo” disse infilandosi il cappuccio in testa. I due poliziotti ci inseguivano, mi sembrò di vedere una figura bassa e grossa e l’altra alta e snella, nel perfetto cliché della coppia un po’ stupida. Corremmo lungo il tunnel deserto della metro, era mezzanotte e stava per chiudere, infatti trovammo il cancello di un’uscita chiuso. Scendemmo in fretta quelle scale e provammo con l’altra uscita, ma anche quella era chiusa. “Siamo fregati” sussurrò Brad sperando che i due poliziotti non controllassero tutte le vie di fuga.

Raggomitolati in cima alla scala aspettammo qualche secondo, sentimmo i poliziotti correre dall’altra parte, parlavano tedesco, non capivamo quello che dicevano. Ci sembrò di averla scampata, forse stavano per andare via. Ma uno dei due tornò indietro, io e Brad vedemmo spuntare i suoi piedi, poi le gambotte a forma di prosciutto, poi il pancione che sembrava esplodere sotto la divisa aderente e, infine, il suo faccione arrossato. Era il poliziotto grassoccio, aveva il fisico di Maurizio Costanzo e la faccia di Liam Nison. Si mise le mani sulla vita e ci guardò soddisfatto, io e Brad ci scambiammo uno sguardo gelido. “Scendete da lì” urlò il poliziotto sventolando la manetta, anche il suo doppio mento sventolò come una bandiera.

Murales occhio in stazione

Naturalmente quell’attimo mi sembrò la scena di un film e come in tutte le situazioni serie mi venne da ridere. Anche Brad non riuscì a restare serio, mentre ci infilavano le manette continuavamo a ridere, dicemmo che erano congelate, che era quasi un’emozione. Salimmo nella macchina della Polizei, quella con le sbarre e il blocco agli sportelli. Nel tragitto verso la caserma Brad mi disse, “vedrai che è solo una notte, come in America”, “e vabbè, cosa vuoi che sia” risposi notando che sul sedile accanto al guidatore c’era una poliziotta bionda che sghignazzava. Era una donnona dalla spalle enormi, fu lei a condurci nello stanzino del Generale, Tenente, Commissario, non lo so cosa fosse, non ho mai saputo distinguere questi ruoli non dandone molta importanza. La poliziotta ci chiese i documenti, il suo pomo d’Adamo andava su e giù sul collo grosso. “Nel tuo zaino abbiamo trovato la macchina fotografica, è piena di foto di quadri e murales, sei un’artista?” mi chiese il Commissario Derrik, “si, espongo in Auguste Strasse” risposi accennando un tono di discolpa. “E tu che fai nella vita?” chiese a Brad, “niente di che’, la fotografo”. Il Commissario ci guardò male, poi bene, non capivamo i suoi pensieri. Invece quelli della poliziotta erano chiari: ci detestava.

Guardai l’orologio sul muro, erano le tre di notte, il Commissario continuava a premere il tasto della macchina fotografica, per un attimo mi parve di vedergli un luccichio negli occhi, come se gradisse i miei dipinti. Ma la poliziotta commentava arrabbiata, sicuramente diceva cose orribili su di me. “La metropolitana per noi Berlinesi è sacra come il Colosseo per i Romani” ringhiò il Commissario tornato severo, batté una mano sulla scrivania, “portateli nella cella” urlò furioso. Io e Brad ci alzammo da quelle sedioline fredde e ci dirigemmo in un corridoio, scortati dalla poliziotta che camminava come un calciatore. “Entrate” abbaiò aprendo la porta con le sbarre e la richiuse facendo un giro di chiave carico di vendetta. Aveva una faccia così brutta che nel film sarebbe stata lei la cattiva, lo spettatore avrebbe tifato per noi, pur essendo nel torto.

la Pupazza e il suo occhio

Lo stanzino era vuoto, solo due lettini di legno, senza materasso, figuriamoci un cuscino. “Che facciamo? Dormiamo?” mi chiese Brad tranquillo, “si, dormiamo, sono stanca” risposi sfilandomi il giubbotto e usandolo come poggiatesta. Crollammo in un sonno scomodo e profondo. Alle sette del mattino qualcuno venne ad aprire la porta, era un poliziotto con la faccia simpatica, “Italiash?” mi chiese togliendomi le manette, “yes, I’m Italian” risposi massaggiandomi i polsi, “Ornella Muti” replicò lui con un’espressione inebetita. Non capii, voleva dirmi che gli piaceva Ornella Muti? Brad mi chiese chi fosse, “un’attrice stupenda” gli spiegai mentre uscivamo dalla caserma assaporando il cielo azzurrino della libertà. Attraversammo la strada ridacchiando per quello che avevamo vissuto e ci sedemmo al tavolino di un bar. Parlammo male della poliziotta, “era una strega” disse Brad addentando la ciambella alla crema. Io, arrivata alla fine del croissant, telefonai a mio padre, sapevo che a quell’ora era davanti allo specchio a farsi la barba.

“Papà, mi hanno arrestata perché ho dipinto un occhio nella metropolitana, ma sono già fuori, è stato solo poche ore” dissi un po’ allegra, un po’ preoccupata per la sua reazione. “E vabbè, tutti i più grandi street artist hanno il carcere nel curriculum… vedi Keith Haring” rispose dicendomi che doveva correre ad una riunione. Mi mandò un bacio e mi raccomandò di distinguere i muri possibili da quelli impossibili.