Virginia De Giuseppe
Mia sorella, la Pupazza.
Eleonora da bambina amava stare a fianco a me mentre io leggevo Topolino e Paperino. Lei era continuamente abbagliata dai disegni. Io le chiedevo: “ma stai leggendo?” e lei rispondeva “no guardo le figure”. Posso dire che non ha mai letto un fumetto ma ha osservato con attenzione migliaia di tavole, aumentando a dismisura la sua fantasia perché non leggeva il contenuto, ma immaginava la storia a modo suo. Di pomeriggio andavamo dal nonno che ci faceva trovare matite colorate, pennarelli, fogli bianchi e libri d’immagini da completare. Non ho mai capito come facesse, ma le sue linee erano perfette, non usciva mai dal bordo e se per caso qualche volta succedeva, voleva rifare immediatamente il disegno per lasciarlo al nonno in modo corretto. A scuola ha sempre trascorso molto tempo sul diario, colorandolo a tal punto che non c’era mai spazio per scrivere i compiti. Molti studenti di altre classi, conoscendo questa sua dote, le portavano diari e quaderni da colorare. Ancora oggi mi trovano sue amiche che mi dicono: “lo sai che ho ancora il diario colorato da Eleonora?”. Già allora pensavo che Eleonora potesse diventare una grande artista. Qualcuno le chiedeva il proprio ritratto, qualcun altro il nome del fidanzatino, ma lei faceva sempre un disegno di propria fantasia. Il suo entusiasmo era uguale per i cartelloni, erano dei compiti da fare a casa in gruppo e lei si offriva di fare anche quelli degli altri gruppi dei suoi compagni di classe. Alle scuole medie nell’ora di educazione artistica ha fatto un disegno a piacere e ha proposto al suo professore di riprodurlo sul muro esterno della scuola, proprio vicino l’entrata. E’ stata quella la prima volta che è salita su un pontile. Però forse la cosa che da bambina la formò e la introdusse definitivamente alla logica dell’arte fu la costante frequentazione presso la bottega di ceramica di Agostino Branca, dove lei ha 8 o 9 anni dipingeva con disinvoltura tazzine, portafiori e piastrelle. Agostino e la moglie ne erano affascinati, soprattutto per la velocità con la quale dipingeva con i diversi pennelli misurandosi con persone più grandi e più esperte. Insomma un’infanzia piena di colori, di scarabocchi che poi magicamente diventavano disegni di volti perfetti di donna e di fantasia. Oggi non potrebbe esistere La Pupazza senza quel cumulo di esperienze tutte vissute nella magica, ovattata condizione di una bambina felice.
Nel 2008 inizia a dipingere quadri, utilizzando la bomboletta spray su legno con l’applicazione di pietre, specchi e brillantini. La prima fase vede uno stile magmatico, materico, in cui s’incontrano e scontrano materiali di vario tipo. Pietre arrotondate attaccate con colla vinilica si rincorrono in vorticose onde, colori accesi e contrastanti su base predominante nera, concetti astratti in cui non compare mai nessun oggetto figurativo, figuriamoci umano. Un vero e proprio magma, un flusso in diretta dall’inconscio, il corrispondente visivo di una canzone dei Pink Floyd, un ammasso informe apparentemente illogico eppure che conteneva già dentro di sé il seme del futuro in cui, la logica dell’illogicità, si sarebbe poi palesata tramite oggetti concreti e figure umane. Tutto ciò avveniva sotto le volte a stella di un bellissimo ex granaio divenuto poi il suo laboratorio, utilizzato fino al Giugno 2014. Era grande circa 500 metri, con tre stanzoni e un giardino retrostante, i cui muri venivano da lei colorati più volte al mese, fino ad averne aumentato lo spessore di quasi un centimetro. Vi era un continuo afflusso di persone, ed era diventato il centro nevralgico soprattutto dei bambini del paese, tanto da sembrare quasi un asilo. Bambini giocosi e trotterellanti arrivavano in quelle grandi stanze con gli occhi sognanti, come se andassero al Luna Park e come se vedessero in lei un personaggio inventato divenuto carne e ossa. Ed effettivamente è proprio così: il nome la Pupazza nasce dal fumetto da lei disegnato, una buffa figura che colorava il mondo e viveva beatamente nella sua bolla.
Dal 2012 ad oggi lo stile de la Pupazza ha subìto un’evoluzione. Pur mantenendo inconfondibile il proprio tratto, i colori e le forme hanno invece iniziato ad assestarsi, sebbene il verbo assestamento è il più inadatto alla sua natura instabile, concetto da lei costantemente utilizzato per descrivere la propria interiorità. In questa che potremmo definire seconda fase, hanno iniziato a fare la propria comparsa bicchieri, brocche, moke del caffè, mele, pere, cactus, piatti di spaghetti al sugo, semafori, pesci, tartarughe, cavalli, rose, olive, limoni, macinini, dolcetti, alberi, patatine fritte. Pur avendo preso finalmente una forma esatta, non bisogna illudersi che tale esattezza sia poi tale. Ovvero, questi oggetti all’apparenza “normali” dimostrano in realtà caratteristiche extra-terrestri. Non rispondono alla forza di gravità, alla forza centrifuga e a tutte le leggi chimiche e fisiche della dimensione a noi conosciuta: sono oggetti liberi di volare, fluttuare, fondersi, sciogliersi, trasformarsi in qualunque cosa. Come fossero composti di una strana sostanza aliena, che conferisce loro la forma a noi conosciuta, ma hanno in realtà una diversa origine. L’universo, che faceva da padrone in tutta la prima fase, è ora striminzito all’angolino del quadro o murales, lasciando al centro della scena gli oggetti nel loro dinamismo. L’infinito diviene sempre più infinito e il paradosso si palesa in ogni centimetro di quadro, in ogni elemento che, pur in un gioco assurdo e surreale, risulta sul finale coerente e divertente. Forse l’Infinito è semplicemente un posto stretto per la Pupazza, che strariperebbe in continuazione, all’infinito.
Virginia De Giuseppe



