Oronzo Russo

La Pupazza.

Ho riflettuto a lungo sull’opera della Pupazza, che si accinge dal 21 marzo 2011 ad impegnarsi in una mostra dal titolo “Primavera di occhi” e mi sono convinto che ci consegna una sorta di prontuario della post modernità frantumato in immagini terribili e dolci, sconfinato e toccanti. Specialmente quando tocca e fa toccare l’anima, quella natura che le è madre in cui, ai ricordi, s’avvallano esperte conoscenze su un mondo che da sempre le è sotto la pelle.

E mi sono convinto che la sua arte è un atto d’amore. Si scopre in lei l’ansia di arrivare, grazie anche ad una meticolosa ricerca e si intuisce che le rinunce non sono state indolori, che i vuoti a rendere sono stati tanti, sono ancora tanti, pur se mitigati dal calore di un inimmaginabile figura paterna che aleggia senza invadere.
Mi ha sorpreso la vasta e vertiginosa area di scavo inedita nelle sue figure, dove scopro personaggi che precipitano e si muovono come anime perse, disposte a parlare e non ad ascoltare, prigionieri di un altro da sé, incombente e tirannico.
Come dire che le immagini di Eleonora agiscono a ridosso di una normalità in perenne affanno, problematica e lunare. Scenari conflittuali, riassunti in una raffica di immagini graffianti e ruvide, in remote nostalgie, in luoghi pietrificati eppur vivi.

Ed ho capito la dimensione solitaria e verticale del dramma di Eleonora, l’essenza di un essere che si guarda dentro, che misura l’abisso di un tumore che dilania l’anima mentre prospetta sensazioni vissute, memorie, affetti, angosce, ipocrisie, speranze, disperati voli nell’indifferenza; contraddizioni, parole, silenzi, prima di una resa che mai avverrà.

Oronzo Russo